IL GIUDIZIO DI PRIMO GRADO

La domanda si propone con ricorso, il quale deve necessariamente contenere tutta una serie di prescrizioni espressamente richieste dalla legge: l'indicazione del giudice, le generalità del ricorrente e del convenuto, la determinazione dell'oggetto della domanda, l'esposizione dei fatti e delle ragioni di diritto su cui si fonda la domanda, le conclusioni, l'indicazione specifica dei mezzi di prova e in particolare dei documenti prodotti.

Il predetto ricorso va depositato nella cancelleria del giudice, il quale fissa con decreto l'udienza di prima comparizione nei successivi 5 giorni. A tale udienza, che deve essere tenuta entro 60 giorni dalla presentazione del ricorso, le parti devono essere personalmente presenti. Ricorso e decreto devono essere notificati entro 10 giorni al convenuto. Tra le notifica e l'udienza devono intercorrere almeno 30 giorni.

Il convenuto può costituirsi in giudizio almeno 10 giorni prima dell'udienza, pena la decadenza dalla possibilità di sollevare eccezioni e proporre domande riconvenzionali.

Nella memoria difensiva il convenuto deve prendere posizione in modo preciso sui fatti allegati dal ricorrente, proporre le sue difese, indicare i mezzi di prova e depositare i documenti ritenuti rilevanti.

Rispetto al rito ordinario, il giudice del lavoro ha poteri più ampi, anche sotto l’aspetto istruttorio. Egli può, ad esempio, ordinare d’ufficio l’esibizione di documenti, accedere al luogo di lavoro, chiedere informazioni ai sindacati, disporre l’ammissione di qualsiasi mezzo di prova anche fuori dai limiti del codice di procedura (con l’esclusione del solo giuramento), ridurre le liste testimoniali.

Esaurita l’istruttoria, il giudice può fissare una “udienza di discussione”, concedendo alle parti un termine per il deposito di note difensive. La discussione è orale. Al termine della discussione, il giudice pronuncia sentenza, dando lettura del dispositivo.

La sentenza è immediatamente esecutiva.

Il lavoratore può avviare l’esecuzione anche in base al solo dispositivo della sentenza, possibilità che è invece preclusa al datore di lavoro. In ogni caso in cui vi sia condanna al pagamento di somme di denaro in favore del lavoratore, il giudice deve condannare il datore anche al pagamento degli interessi legali e della rivalutazione monetaria, con decorrenza dal giorno di maturazione del diritto a quello di effettivo pagamento, salvo che non si tratti di un rapporto di pubblico impiego, essendo in questo caso dovuti solo gli interessi legali.


Come è noto, la legge di riforma del mercato del lavoro (Legge n. 92/2012) ha introdotto un nuovo rito e ne ha disposto l’applicazione ai procedimenti che hanno esclusivamente ad oggetto l’impugnazione dei licenziamenti, che rientrano nel campo di applicazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, escludendo tutte le domande diverse e ulteriori.

La parte che intende agire in giudizio per ottenere l’accertamento della illegittimità del licenziamento comminato dal datore di lavoro deve seguire due fasi distinte:

a) una prima, necessaria, volta ad assicurare una tutela urgente del lavoratore che si conclude con una rapida decisione del giudice di accoglimento o rigetto della domanda;

b) una seconda, eventuale, di impugnazione della precedente decisione del giudice e che si instaura ai sensi e per gli effetti del vecchio art. 414 cod. proc. civ., non modificato e comunque valido per tutti gli altri giudizi.

La prima fase è quella del nuovo rito e la procedura si apre con un ricorso al Tribunale del Lavoro, depositato il ricorso, il giudice è tenuto a fissare l’udienza entro 40 giorni ed è compito del ricorrente notificare il ricorso, unitamente al decreto di fissazione di udienza, entro 10 giorni dalla data di pronuncia del decreto e comunque 25 giorni prima dell’udienza fissata: ricevuto il ricorso, la controparte si può costituire in giudizio tramite una memoria difensiva che può depositare nella cancelleria del giudice fino a 5 giorni prima dell’udienza di prima comparizione.

Il ricorso viene redatto nelle forme dell’art. 125 cod. proc. civ. e quindi dovrà contenere l’indicazione di:

1. ufficio giudiziario;

2. parti e oggetto;

3. le ragioni della domanda, le conclusioni e l’istanza;

4. sottoscrizione del difensore o della parte, se sta in giudizio personalmente

Il nuovo rito segue la falsa riga dei procedimenti cautelari ex art. 700 cod. proc. civ. si possono sentire informatori o chiedere eventuali esibizioni documentali, senza che ciò comporti quelle preclusioni e decadenze tipiche del giudizio “classico”; presumibilmente, il rito si chiude in un’unica udienza, e la causa viene definita con ordinanza motivata che può essere impugnata entro 30 giorni dalla comunicazione (anche via fax o email): tale impugnazione viene effettuate nella seconda fase e si introduce con un ricorso ex art. 414 cod. proc. civ.

Tra i dubbi, allo stato persistenti, il più rilevante sta nella modalità di utilizzo di questo rito.

Sulla base delle prime pronunce si stanno delineando due orientamenti. Il primo, sicuramente più fedele alla lettera della norma, restringe il più possibile l’accesso, al fine di assicurare al rito il requisito della celerità, dichiarando inammissibile o improponibile qualunque domanda diversa dalla semplice impugnazione di licenziamento.

Per i sostenitori di questo orientamento la sanzione dell’improponibilità o dell’inammissibilità va soprattutto applicata alle domande proposte cumulativamente con quella di applicazione dell’art. 18 che non siano fondate sui medesimi fatti costitutivi.

Il secondo orientamento mira alla conservazione degli effetti della azione giudiziaria; in particolare, ritiene che le domande subordinate di riconoscimento per il licenziamento, riconducibile a una tutela diversa da quella prevista dal citato art. 18 possano essere trattate nell’ambito del procedimento speciale dal momento che risultano fondate sull’ingiustificatezza del medesimo licenziamento. Con riferimento alle istanze ritenute “estranee” si procede al mutamento del rito, da speciale in ordinario, previa la separazione delle cause, escludendo la chiusura del procedimento con una pronuncia di inammissibilità o improponibilità.

Comments